In attesa di una traduzione italiana, Contra los foodies di Juan Manuel Bellver appena pubblicato sta già alimentando il dibattito gastronomico europeo, grazie alle prime recensioni internazionali che ne mettono a fuoco ambizioni e limiti. Il punto di partenza è chiaro: la cultura del cibo contemporanea è sempre più dominata da una dimensione estetica, performativa, spesso superficiale. Il cibo diventa immagine, linguaggio social, costruzione identitaria. Bellver entra in questo territorio con uno sguardo critico, ma senza alzare la voce.
Il libro è costruito come una sequenza di testi brevi, quasi un menu degustazione: osservazioni, racconti, digressioni colte. La scrittura è elegante, disseminata di riferimenti alla tradizione gastronomica europea, e capace di tenere insieme leggerezza e consapevolezza.
Bellver individua con precisione la deriva del mondo foodie: la trasformazione del cibo in spettacolo, la perdita di profondità, la sostituzione dell’esperienza con la rappresentazione. Ma invece di affondare il colpo, preferisce suggerire, alludere, smussare. Ne esce una critica raffinata, ma mai davvero scomoda. È un libro che riconosce i sintomi del presente e li restituisce con intelligenza, ma che raramente arriva a una vera presa di posizione. Più osservazione che intervento, più stile che conflitto. Eppure, proprio in questa misura sta la sua utilità.
Non è un testo accademico, ma nemmeno un semplice libro divulgativo. È un esercizio di food writing consapevole, che dialoga con la tradizione culturale gastronomica senza però spingersi fino a una vera rifondazione teorica. Per chi si occupa di racconto del cibo – giornalisti, autori, comunicatori – può essere una lettura utile. Non tanto per le risposte che offre, quanto per le domande che suggerisce: su come oggi parliamo di cibo, su quanto il linguaggio gastronomico sia diventato superficie, e su quanto invece possa tornare a essere profondità.
Contra los foodies quindi non demolisce il sistema, ma lo mette in discussione dall’interno, ricordando – senza proclami – che il cibo non è solo immagine, ma esperienza, relazione, memoria. Un richiamo necessario in un momento in cui il racconto gastronomico rischia di ridursi a superficie.
Non è un libro che cambia il dibattito, ma che forse lo riporta, con lucidità, su un terreno più serio.


Claudio Porchia


