Il sequel de Il diavolo veste Prada porta Milano dentro una nuova geografia glamour fatta di architetture monumentali, moda internazionale e il Barolo “Undicicomuni” della cantina Arnaldo Rivera, protagonista di speciali serate tra l’Anteo Palazzo del Cinema e la Rinascente.
Miranda Priestly possiede ancora oggi quella freddezza aristocratica e magnetica capace di attraversare il tempo con la stessa eleganza tagliente di una sofisticata nobildonna uscita dagli Aristogatti. A renderla immortale è stata Meryl Streep, entrata nel personaggio con una precisione tale da trasformarlo in un’icona assoluta della cultura pop contemporanea. Quando nel 2006 Il diavolo veste Prada arrivò nelle sale, il pubblico si trovò immerso dentro il mondo di Andy Sachs, interpretata da Anne Hathaway, giovane giornalista trascinata nell’universo feroce e scintillante della rivista Runway. Moda, ambizione, gerarchie, ritmi metropolitani e dialoghi diventati culto hanno trasformato quella pellicola in una fotografia lucidissima dell’ossessione contemporanea per il successo e per l’apparenza.
A vent’anni di distanza, il nuovo capitolo cinematografico sceglie Milano come grande palcoscenico internazionale e la città risponde con tutta la propria forza scenografica: la Galleria Vittorio Emanuele II, il Duomo di Milano ripreso dall’alto in immagini mozzafiato, il campanile della Chiesa di San Gottardo in Corte, gli interni sontuosi di Palazzo Clerici, il cortile maestoso della Accademia di Belle Arti di Brera e perfino il richiamo eterno dell’Ultima Cena di Leonardo da Vinci. Poi arriva il lago di Como, altra grande ossessione del cinema internazionale, già entrato nell’immaginario di produzioni leggendarie come Casino Royale con Daniel Craig o alcune atmosfere del secondo episodio di Guerre Stellari (L’Attacco dei Cloni), mentre dimore come Villa Arconati e Villa Balbiano continuano a impartire lezioni di bellezza al mondo intero con una naturalezza quasi disarmante.
“C’è qualcosa di incredibilmente magico nel bere un calice di Barolo mentre sullo schermo scorre Il Diavolo veste Prada 2.”
Dentro questa estetica raffinata e internazionale entra con carattere un’altra presenza scenica, meno rumorosa ma profondissima: il Barolo “Undicicomuni” della cantina Arnaldo Rivera. Dal 1958 la cantina custodisce una lettura collettiva delle Langhe attraverso un lavoro che unisce identità differenti dentro un unico racconto enologico. “Undicicomuni” nasce infatti da uve provenienti da undici differenti comuni storici del Barolo, una costruzione corale che restituisce nel calice sfumature, altitudini, esposizioni e caratteri diversi di uno dei territori più importanti del vino italiano.
Il risultato possiede profondità, precisione ed eleganza austera, caratteristiche che sembrano dialogare perfettamente con il linguaggio sofisticato del film. Ed è proprio qui che l’operazione milanese trova il proprio punto più riuscito: le proiezioni stampa all’Anteo Palazzo del Cinema, le serate esclusive e il grande party alla Rinascente hanno trasformato il vino in esperienza immersiva, viva, contemporanea. Sedersi in poltrona con la cena servita direttamente in sala, ascoltare il produttore raccontare “live” il Barolo mentre scorrono le immagini della città intraviste poco prima di entrare al cinema e soprattutto vedere il medesimo Barolo nelle mani della protagonista del sequel cinematografico più atteso degli ultimi 20 anni nella cultura popolare: tutto acquisisce una dimensione sensoriale sorprendentemente intensa.
“Al buio i sensi si amplificano. I profumi sembrano più profondi, il sorso più vibrante, il Barolo quasi teatrale.”
Ed è forse proprio questa la parte più interessante dell’intera esperienza: il vino smette di restare fermo nel calice ed entra dentro una storia, dentro una scena, dentro una memoria condivisa. Il film procede leggero, ironico, elegante, con quella brillantezza glamour che appartiene profondamente a Milano, mentre il Barolo accompagna ogni passaggio con la stessa autorevolezza silenziosa di una grande colonna sonora.
In un racconto costellato di marchi Made in Italy, architetture iconiche e dettagli di lusso, il momento della tavola continua ad avere un fascino tutto suo, quasi ancestrale. Lì emerge qualcosa che appartiene intimamente alla cultura italiana: il piacere del sedersi, del degustare, del concedersi tempo anche nel pieno della frenesia contemporanea. E allora quel calice di “Undicicomuni” finisce davvero per diventare la spilla elegante del film, un dettaglio raffinato capace di tenere insieme cinema, territorio, gusto e identità con una naturalezza rara. Molto Milano. Molto contemporaneo. Profondamente italiano.









