Si incontrano insetti, funghi, si distinguono i canti di uccelli che sfuggono, e i richiami di altri che predano. Balzi di caprioli giù per i canaloni, frusci di serpi tra gli arbusti, splendide salamandre che si affacciano lente tra i muschi delle sorgenti Soprattutto, lungo i sentieri si immagina e si sogna.
Le nostre mulattiere! Una fitta rete di strade lastricate, percorse da muli, da “lese” (slitte per il trasporto di legna e foglie), da uomini e donne coi “garbin” (gerle), dai Partigiani negli anni infernali della guerra. Si snodano in stretti tornanti, prendono fiato nei tratti pianeggianti, si allargano improvvise negli “airal” (spiazzi) per l’allestimento delle carbonaie, o per accatastare la legna appena tagliata. Soprattutto, collegano borgate, “prese” (baite) che punteggiano la montagna e ancora ne raccontano la vita.
Salendo dal mio piccolo paese di ombra e di acqua, mi fanno compagnia i racconti di mio nonno e di mio padre, discese faticose con i carichi di “drouze” (ontano) per i fornai, epiche raccolte di funghi tra i castagni, e poi i nomi delle borgate, quasi magici: Prese Pich, Prese Tridan, Prese Catè, con le loro fontane, i loro prati come balconi sulla Valle, con le loro finestre affacciate su un cielo più limpido, a contemplare le cime così vicine.
Sembra quasi che in questi luoghi si potesse solo essere felici… Chi lo sa, veramente?
Risaliamo verso la Mura, che riecheggia mura longobarde sfumate tra le nebbie del tempo, e poi il Foulatoun (ma perché? Un folle o un follatore di lana ha dato il nome a questo luogo?), e giù per Margara col suo bianco pilone e la sorgente…
Acqua che disseta e che rinfresca il viso, acqua che non fa svanire il sogno, ma lo disseta, acqua che ci guida attraverso sentieri dove ogni casa ha il nome di una leggenda…

