Itinerari | 09 maggio 2021

I laghi di Avigliana, sogni sospesi tra l'acqua e la terra

Sacralità e magia di un luogo di confine

I laghi di Avigliana, sogni sospesi tra l'acqua e la terra

Il vento increspa appena l’acqua del Lago Grande, creando riflessi abbaglianti, tronchi fradici semisommersi sulla riva offrono una sosta a tartarughe quasi metafisiche, come sassi pesanti di tempo e di saggezze sconosciute. Una coppia di svassi traccia linee geometriche sul pelo dell’acqua, in un silenzio irreale.

Qui anche il silenzio liquido del lago racconta storie, anche la fitta vegetazione palustre che è fatta di verde, di fischi e di schiocchi. Qui si pescava, e la pesca era un rito misterioso, con le reti e le nasse e le lenze che si facevano inghiottire dall’acqua, e venivano tirate su luccicanti di pesci. L’hai visto, su alla Sacra, il gigantesco San Cristoforo affrescato nella navata di sinistra? Ha l’acqua al ginocchio, cammina sicuro sulle rocce del fondale, e sembra di sentirle scivolose e fredde, come i pesci che nuotano inconsapevoli del miracolo. Sono carpe, lucci, pesci gatto, che il popolo conosceva bene, e perfino una infida sirena bicaudata, immagine di ciò che nessuno conosceva, ma tutti temevano.

Il mistero di un lago che sono due, e che un tempo erano quattro, tutti doni del ghiacciaio pleistocenico della Val di Susa: al ritirarsi dei ghiacci, le acque di fusione riempirono gli spazi chiusi dalle morene e crearono i laghi. Di questi specchi d’acqua, due si interrarono, originando la torbiera di Trana e la palude dei Mareschi, e conservando, cristallizzando fotogrammi della loro storia.

La torbiera di Trana è stata sito di attività estrattiva fino all’inizio del secolo scorso, quando la torba era utilizzata come materiale combustibile: si tratta infatti di enormi quantità di sfagni (piante primitive simili ai muschi) cresciuti anno dopo anno, e compattati uno strato dopo l’altro.

In questo ambiente povero di ossigeno e molto acido, i materiali organici si conservano incredibilmente.

Ecco quindi che agli occhi stupefatti dei cavatori incominciarono ad apparire resti vegetali, semi, frutti, e poi conchiglie di Gasteropodi (Chiocciole) e Bivalvi, come rimasugli di un pasto selvaggio. Chi aveva mangiato? Cosa hai trovato ? Pali… ancora infissi nelle loro buche. Palafitte!!!

Ed era ancora niente. Strumenti di pietra e di bronzo, raschietti, asce, e poi ossa di animali: Cervo, Capriolo, Cinghiale, e infine Bovidi addomesticati, Cavallo, Cane. Sulle ossa dei grandi ungulati si vedono ancora strie e tacche, segni di macellazione. Qui c’era un villaggio, c’erano persone che cacciavano, pascolavano greggi, pescavano, coltivavano il loro cibo, costruivano utensili, pregavano il loro Divino che stava nell’Acqua e nel Sole. Qui hanno continuato a passare persone, merci , idee, le vie dei pellegrini che dissetavano la loro fede alle Abbazie sorte nei secoli.

Sant'Antonio di Ranverso, su quel “Rivus Inversus” che scorreva a Nord della collina morenica, foresteria per i pellegrini della Via Francigena e lazzaretto per i malati di “fuoco di S. Antonio”, con i suoi piccoli maiali ispidi da cui ricavare la preziosa sugna per la cura delle piaghe… infatti S. Antonio è da sempre raffigurato con un porcello ai suoi piedi.

All’opposto, la Sacra, incastonata nella cima del monte Pirchiriano (in origine il nome comunque era Porcarianus), eppure slanciata verso l’alto, archi rampanti come braccia protese, mura strapiombanti di vertigine ed estasi forse pagana.

Tra l’acqua e i boschi, folate di vento portano profumi umidi di muschio e di erba, l’odore freddo della sera che sopraggiunge; i passi seguono il dipanarsi dei pensieri, mi riportano a casa.

 

Grazia Dosio

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