News | 09 febbraio 2026

Santhià (VC): dove il Carnevale diventa esperienza

Tra maschere, tradizioni secolari e una fagiuolata leggendaria, la festa che trasforma una città di passaggio in destinazione

Santhià (VC): dove il Carnevale diventa esperienza

Ci sono luoghi che, per gran parte dell’anno, si attraversano senza fermarsi. Santhià, lungo la Via Francigena, è uno di questi: crocevia discreto, punto di transito tra pianura e colline. Poi arriva febbraio, e tutto cambia. Il Carnevale non si annuncia — esplode. Si manifesta con tamburi, colori e profumi di cucina popolare, ribaltando ritmi e prospettive. Dal 10 al 17 febbraio la città diventa una destinazione da vivere, travolta da una tradizione che affonda le radici nell’XI secolo e che, ancora oggi, mantiene la forza di un rito collettivo autentico.

La festa si apre con il Gran Galà delle Maschere, momento simbolico in cui vengono presentati Majutin dal Pampardù e Stevulin ’d la Plissera, giovani sposi contadini che incarnano la rivalsa popolare contro i poteri feudali. Per alcuni giorni la città appartiene a loro: un ribaltamento rituale che restituisce al Carnevale il suo senso originario, sospensione delle regole e spazio di libertà condivisa. Accanto a questo patrimonio storico si innestano elementi contemporanei — come le serate musicali e gli appuntamenti dedicati ai giovani — segno di una tradizione che non si fossilizza ma continua a dialogare con il presente.

Il calendario procede tra eventi popolari e momenti spettacolari. Il Giòbia grass trasforma il corso principale in un itinerario gastronomico, mentre cortei, concerti e veglioni animano le serate. Il giorno di San Valentino la cerimonia ufficiale consegna simbolicamente la città ai suoi protagonisti, con la lettura del Proclama e un’atmosfera festosa che culmina nei grandi corsi mascherati: carri di cartapesta, bande musicali e migliaia di figuranti rendono la festa una coreografia collettiva.

Ma il cuore identitario del Carnevale arriva con la Colossale Fagiuolata, evento che supera la dimensione gastronomica per diventare simbolo culturale. All’alba, i Pifferi svegliano la città, le caldaie di rame si accendono e decine di migliaia di porzioni vengono distribuite gratuitamente. Non è solo cibo: è memoria di solidarietà, gesto comunitario contro la paura della scarsità, rito di condivisione che accomuna i grandi carnevali europei. Il resto della giornata scorre tra attività per bambini e sfilate notturne, mantenendo la tensione emotiva fino agli ultimi appuntamenti.

La chiusura è affidata ai Giochi di Gianduja e al tradizionale Rogo del Babàciu, quando il pupazzo simbolico arde nella piazza accompagnato da musica e danze. È un congedo che non ha nulla di malinconico: piuttosto un’esplosione finale che rinnova la promessa di ritrovarsi l’anno successivo.

Santhià saluta così il suo Carnevale, ricordando che esistono feste che non si osservano da spettatori, ma si attraversano con tutti i sensi. E forse è proprio questa la lezione che lascia al viaggiatore: partire per assistere a una tradizione e tornare con qualcosa di più — il ricordo di una comunità che condivide, celebra e cucina insieme, e con una domanda che resta sospesa come un sorriso: come fanno ventimila porzioni di fagioli a sparire in mezz’ora?

Claudio Porchia