Il Premio Tenco 2026 archivia la sua 49ª edizione con un bilancio positivo. Nelle tre serate al Teatro Ariston di Sanremo, la memoria dei grandi protagonisti si è intrecciata con il rap, il rock alternativo e le nuove voci della musica italiana, in un programma che ha alternato emozione, ricerca artistica e partecipazione del pubblico. Una manifestazione che ha saputo guardare al presente senza dimenticare le proprie radici, confermando il ruolo della rassegna nel panorama musicale italiano.
Il Tenco ha ampliato i propri orizzonti, mettendo a confronto linguaggi e generazioni differenti. Accanto agli interpreti legati alla tradizione hanno trovato spazio artisti con percorsi e sensibilità lontani dai canoni più consolidati. Una scelta che comporta inevitabilmente qualche rischio: non tutte le proposte hanno la stessa maturità o riescono a convincere allo stesso modo, ma proprio la possibilità di esplorare strade diverse rappresenta una delle ragioni d’essere della manifestazione.

Il confronto tra Manuel Agnelli e Fabri Fibra sul valore del rap come strumento di riscatto sociale ha reso evidenti alcune differenze di prospettiva. Un passaggio interessante, perché una rassegna culturale non deve necessariamente produrre consenso unanime: deve mettere in relazione sensibilità diverse e offrire al pubblico occasioni per ascoltare, discutere e formarsi un’opinione. Tra gli aspetti più riusciti di questa edizione va sottolineato anche il lavoro dei presentatori. Neri Marcorè ha portato sul palco dell’Ariston una conduzione colta e ironica, capace di alternare leggerezza e osservazione del presente. La sua abilità nel gestire i tempi e nel trasformare l’attesa in un’occasione di racconto ha contribuito a dare personalità alla prima serata.
Un giudizio particolarmente positivo merita il contributo delle due conduttrici, Chiara Buratti e Silvia Boschero. Buratti ha saputo dialogare con gli ospiti e accompagnare il programma con naturalezza e prontezza, mentre Boschero ha guidato la serata conclusiva con sicurezza e competenza, dando spazio tanto all’emozione quanto alla riflessione. Entrambe hanno dimostrato che condurre una manifestazione come il Tenco non significa soltanto annunciare gli artisti, ma contribuire alla costruzione di un racconto, mantenendo insieme ritmo, ascolto e contenuti. E proprio le donne sono state, a mio giudizio, tra le sorprese più belle della rassegna. A partire da Giulia Mei, capace di conquistare l’Ariston con cinque brani dal ritmo incalzante e dall’energia travolgente. La sua esibizione ha unito una presenza scenica incisiva a una scrittura lucida, attraversata da ironia, inquietudini e osservazioni sul presente. Una prova convincente, che ha confermato una personalità artistica riconoscibile e la capacità di reggere il grande palco senza rinunciare alla propria identità.
Anche Emma Nolde ha lasciato il segno con la sua vocalità raffinata e con canzoni che danno voce a fragilità, consapevolezza e ricerca di equilibrio. Carmen Consoli, con Amuri Luci, ha offerto uno dei momenti più intensi della prima serata, intrecciando lingua, memoria e radici mediterranee in un progetto musicale ricco di sfumature. Paola Turci ha invece dimostrato come un repertorio consolidato possa tornare a parlare con forza al presente: il riferimento a Gaza inserito durante l’esecuzione di Bambini ha restituito al brano una nuova urgenza, mostrando come una canzone possa acquisire significati ulteriori quando incontra la realtà contemporanea. Quattro artiste diverse per storia, linguaggio e sensibilità, accomunate dalla capacità di esprimere uno sguardo personale sul mondo. La loro presenza ha dato alla manifestazione una ricchezza particolare e ha ricordato quanto sia importante offrire spazio a voci femminili capaci di rinnovare il panorama musicale, senza rinunciare alla profondità dei testi e alla ricerca espressiva.
Il tema scelto per questa edizione, «Dio è morto», ha offerto una chiave di lettura impegnativa, in un tempo segnato da guerre, conflitti e crisi dei riferimenti collettivi. La manifestazione non ha cercato risposte facili, ma ha affidato alle canzoni il compito di interrogare il presente. I richiami alla pace, ai diritti, alla memoria storica e alle responsabilità individuali hanno ribadito la funzione civile della musica: non necessariamente indicare soluzioni, ma rendere visibili le contraddizioni e dare voce a domande che rischiano altrimenti di rimanere inascoltate.

La prima serata, con l’omaggio a Luigi Tenco e il ricordo di Secondigliano Sacchi, ha riportato al centro la memoria e il senso di comunità che lega artisti, organizzatori e pubblico. La serata conclusiva ha ripreso quel filo attraverso Antonio Silva, presenza storica della rassegna, e le esibizioni di Flaco Biondini, Max Manfredi e Claudia Crabuzza. Il riconoscimento a Cesare Bermani ha ricordato il ruolo della musica nelle lotte sociali e nella storia collettiva, mentre Frankie hi-nrg mc e Fabri Fibra hanno mostrato la forza narrativa del rap, capace di raccontare e interrogare la società con strumenti differenti. La chiusura affidata a Enzo Avitabile ha trasformato l’Ariston in uno spazio di partecipazione, ritmo e condivisione.
Resta aperta la sfida della valorizzazione delle nuove generazioni. Dare spazio ai giovani non significa soltanto inserirli in cartellone, ma creare le condizioni perché possano maturare, trovare un pubblico e costruire nel tempo un percorso riconoscibile. Il confronto con gli artisti già affermati può essere utile proprio perché mostra quanto la crescita richieda ricerca, esperienza e occasioni di ascolto. La mia valutazione della 49ª edizione è dunque favorevole. Il Tenco ha proposto un programma articolato, capace di accostare memoria e sperimentazione, grandi interpreti e nuove personalità, momenti di intrattenimento e riflessione civile. Le sorprese offerte dalle artiste, la qualità della conduzione e la varietà dei linguaggi hanno contribuito a rendere la manifestazione interessante, pur lasciando aperta la questione di come accompagnare con continuità il ricambio generazionale. La sfida per il Club Tenco sarà proseguire su questa strada, individuando le voci capaci di raccontare le trasformazioni della società e favorendo l’incontro tra esperienze musicali differenti. Il valore della rassegna sta proprio nella possibilità di custodire una storia importante senza trasformarla in un vincolo, lasciando spazio al confronto e al cambiamento.
