Il Nebbiolo dell’Alto Piemonte, chiamato tradizionalmente Spanna, cambia fisionomia anche nel breve spazio che separa una denominazione dall’altra. Ghemme e Gattinara ne offrono due interpretazioni riconoscibili: i suoli di origine fluviale delle colline ghemmesi e quelli di matrice vulcanica di Gattinara concorrono a delineare profili differenti, insieme ai rispettivi microclimi e all’andamento delle singole annate. Per mettere a fuoco queste sfumature, Torraccia del Piantavigna ha proposto alla stampa una degustazione in parallelo, rara per ampiezza e profondità storica: quattro Ghemme DOCG Vigna Pelizzane e quattro Gattinara DOCG, provenienti dalla stessa realtà produttiva e legati a un comune approccio agronomico ed enologico. Pensata da Alessandro Francoli (presidente fondatore dell’azienda) ed affiancato da Mattia Donna (storico enologo del Torraccia) questa comparazione è stata capace di ridimensionare le gerarchie di notorietà fra le due denominazioni e di portare in primo piano il fascino, la complessità e la capacità di invecchiamento di Ghemme.

2017 e 2016: la maturità del frutto e la freschezza
Il confronto fra Ghemme DOCG Vigna Pelizzane 2017 e Gattinara DOCG 2016 mette subito in evidenza quanto il carattere di un vino dipenda dall’intreccio fra luogo e annata. Il 2017 di Ghemme nasce da una stagione calda, che ha dato al frutto concentrazione e maturità. Il lungo affinamento in botte, indicato in 75 mesi per questa versione, accompagna una struttura importante, senza cancellarne l’equilibrio. Il profilo mantiene profondità e tensione, con una componente balsamica che si inserisce nel quadro aromatico del Nebbiolo. Il Gattinara 2016, proveniente da un’annata tendenzialmente più fresca, mostra un’altra articolazione: freschezza e finezza accompagnano un ventaglio olfattivo nel quale possono emergere accenti speziati, floreali e sfumature iodate. Il confronto non stabilisce un vincitore; rende piuttosto evidente come due vini nati dalla stessa sensibilità produttiva possano seguire strade differenti, mantenendo entrambi una propria coerenza.
2015 e 2014: due stagioni difficili da sovrapporre
Nel Ghemme DOCG Vigna Pelizzane 2015 il calore dell’annata si traduce in una trama tannica più matura, già ben integrata nell’insieme. Il vino conserva una bevibilità convincente e procede verso una maggiore distensione, senza che la concentrazione del frutto si trasformi in pesantezza. Il Gattinara DOCG 2014 racconta invece una stagione fredda e piovosa, tradizionalmente considerata problematica per la maturazione del Nebbiolo. L’assaggio a distanza di anni restituisce però una lettura più sfumata: l’evoluzione ha contribuito a comporre il profilo, facendo emergere una componente balsamica che accompagna la freschezza e rende il sorso più articolato. È una coppia che ricorda quanto il giudizio su un’annata non possa fermarsi alle condizioni meteorologiche: la qualità del lavoro in vigna e il tempo trascorso in bottiglia possono cambiare sensibilmente la prospettiva.
2010 e 2007: l’equilibrio come misura della longevità
Il Ghemme DOCG Vigna Pelizzane 2010 si distingue per l’equilibrio complessivo e per una maturazione progressiva, senza eccessi. Il tannino, elegante già in gioventù, ha potuto integrarsi con il resto della struttura, lasciando intravedere una prospettiva di lunga evoluzione. Il Gattinara DOCG 2007 proviene da un’annata calda, ricordata in cantina come «l’annata senza inverno». La disponibilità idrica nei momenti opportuni ha contribuito al risultato di una stagione generosa, ma non priva di equilibrio. Nel calice la trama tannica conserva una tenuta notevole, mentre la freschezza sostiene il vino e ne allunga il percorso gustativo. Le due bottiglie mostrano come la longevità non coincida necessariamente con la potenza: a fare la differenza è la capacità delle componenti del vino di trovare, con il tempo, una proporzione convincente.

2008 e 2005: il tempo rivela il carattere
La storia del Ghemme DOCG Vigna Pelizzane 2008 è segnata da un episodio meteorologico violento: una tromba d’aria provocò una perdita di produzione stimata intorno al 70%, riducendo drasticamente il numero delle bottiglie disponibili. La stagione successiva all’evento cambiò andamento e le uve rimaste diedero origine a un vino concentrato, poi affidato a un lungo passaggio in tonneau, protratto per oltre dieci anni secondo quanto riferito durante la degustazione. Un percorso fuori dall’ordinario, nel quale il legno ha inizialmente accompagnato l’evoluzione del vino e, con il tempo, ha contribuito a smussare una trama tannica importante. Il risultato è un assaggio di grande interesse storico ed evolutivo, capace di mostrare come una vicenda produttiva eccezionale possa lasciare un’impronta profonda sul vino.
Accanto a questa bottiglia, il Gattinara DOCG 2005 restituisce una diversa idea di compiutezza. Annata calda e articolata, ha dato vita a un vino nel quale finezza, equilibrio e coerenza fra profumi e gusto restano elementi centrali anche dopo molti anni. Il confronto con il 2008 di Ghemme mette in luce due percorsi differenti: da un lato la storia singolare di una produzione fortemente ridotta e di un affinamento molto prolungato; dall’altro la solidità di un’annata che ha saputo tradursi in un vino capace di attraversare il tempo con misura. Entrambi dimostrano quanto l’Alto Piemonte sappia offrire Nebbioli longevi, nei quali l’evoluzione arricchisce l’identità originaria senza renderla irriconoscibile.
Questa degustazione in parallelo ha avuto il merito di riportare l’attenzione sul valore di Ghemme, una denominazione talvolta meno presente nell’immaginario degli appassionati rispetto a Gattinara. Le otto bottiglie hanno mostrato che la notorietà non coincide automaticamente con una superiorità nel calice: cambiano i suoli, cambiano le annate e cambiano le sfumature, ma entrambe le denominazioni possono raggiungere livelli di notevole complessità. Per Torraccia del Piantavigna, il confronto ha rappresentato anche un’occasione per raccontare la continuità del proprio lavoro, osservando come il Nebbiolo sappia interpretare due territori vicini attraverso accenti diversi. È in questa pluralità di espressioni che l’Alto Piemonte trova una delle sue ragioni più forti: un’identità enologica da conoscere attraverso l’assaggio, la comparazione e il tempo.





