Ristoranti | 31 Luglio 2026

Dentro la nuova cucina del Cannavacciuolo Bistrot Torino: Mattia Marcoaldi e il valore della memoria

Una delle insegne storiche del fine dining torinese apre un nuovo capitolo affidando la cucina a Mattia Marcoaldi. Una scelta che racconta non soltanto il percorso di un giovane chef, ma anche la volontà di dare continuità a un ristorante che ha saputo ritagliarsi un ruolo importante nel panorama gastronomico della città.

Ci sono momenti in cui il cambiamento di uno chef rappresenta semplicemente un normale passaggio di consegne. Altre volte, invece, racconta qualcosa di più. È il caso del Cannavacciuolo Bistrot Torino, una delle insegne che negli anni hanno contribuito a definire il fine dining contemporaneo del capoluogo piemontese, oggi affidata alla cucina di Mattia Marcoaldi.

La notizia non è tanto la giovane età dello chef, quanto la scelta di Antonino Cannavacciuolo di affidare un progetto ormai consolidato a un professionista che ha costruito il proprio percorso tra esperienze italiane e internazionali, maturando una visione personale della cucina senza perdere il legame con la tradizione.

Il momento, del resto, è significativo anche per Torino. La città sta vivendo una fase di particolare vitalità gastronomica, con nuove aperture, ristoranti storici che continuano a evolversi e una generazione di cuochi chiamata a raccogliere responsabilità sempre più importanti. In questo scenario, il Cannavacciuolo Bistrot continua a rappresentare uno dei punti di riferimento della ristorazione cittadina.

Un bistrot solo nel nome

Il termine “bistrot” potrebbe trarre in inganno. Quella di Torino è, a tutti gli effetti, una tavola gastronomica, con una proposta curiosa e originale, attraverso tre menu degustazione e una cura del servizio che accompagna ogni momento dell’esperienza. Anche la posizione racconta molto della sua identità. Il ristorante si trova alle spalle della Gran Madre, in uno dei quartieri più eleganti della città, un’area che da sempre ospita alcuni degli indirizzi storici della ristorazione torinese. Un contesto importante, nel quale il Cannavacciuolo Bistrot ha saputo costruire negli anni una propria personalità senza rincorrere confronti diretti, ma sviluppando un’identità riconoscibile.

Chi è Mattia Marcoaldi

Più che il curriculum, è il percorso a raccontare Mattia Marcoaldi. La sua formazione prende forma al Cannavacciuolo Café & Bistrot di Novara, dove lavora con Vincenzo Manicone e Federico Pascale, oggi pastry chef di Villa Crespi. È qui che apprende il rigore, il metodo e l’organizzazione necessari per affrontare una cucina di alto livello. Successivamente arriva l’esperienza a Enigma, a Barcellona, uno dei laboratori gastronomici più interessanti d’Europa, dove la ricerca rappresenta parte integrante dell’identità del ristorante. Nei Paesi Bassi, al Beluga Loves You, perfeziona invece il rapporto con la tecnica, elemento destinato a diventare centrale anche nella sua cucina. L’ultima tappa prima di Torino è Le Cattedrali by Laqua Collection, ad Asti, accanto a Gianluca Renzi. Un periodo importante, durante il quale assume nuove responsabilità e acquisisce la sicurezza necessaria per guidare una brigata. Quando Antonino Cannavacciuolo gli propone di prendere in mano la cucina del bistrot torinese, la risposta arriva quasi naturalmente. “Ho visto fin da subito la possibilità di mettermi in gioco, di esprimere la mia cucina senza sentirmi limitato e di confrontarmi con una piazza importante come Torino”. Ma il suo obiettivo non riguarda soltanto i piatti.

“Vorrei contribuire a costruire un ambiente di lavoro positivo, stimolante e coeso. Credo molto nel valore della brigata e sono convinto che lavorando con entusiasmo, rispetto e spirito di squadra si possano raggiungere risultati importanti”.

Una cucina che parte dalla memoria

Se c’è una parola che sintetizza la filosofia di Marcoaldi è riconoscibilità. “La mia cucina vuole essere immediata e comprensibile, capace di parlare attraverso il gusto senza inutili complessità”. Una dichiarazione che trova immediata conferma nella nuova carta. I tre percorsi degustazione – I ClassiciQuestione di attimi e Istinto Naturale – non rappresentano semplicemente tre menu diversi, ma tre modi di raccontare la stessa idea di cucina.

Il primo, I Classici, è probabilmente quello che meglio sintetizza il pensiero dello chef. Qui la memoria gastronomica italiana diventa materia di lavoro. Il Tonno vitellato: un classico che cambia prospettiva

Il Tonno vitellato rappresenta il punto d’incontro tra la storia del Cannavacciuolo Bistrot e il linguaggio di Mattia Marcoaldi.

Il piatto richiama infatti una delle preparazioni più riconoscibili della cucina di Antonino Cannavacciuolo, ispirata al grande classico piemontese del vitello tonnato. Marcoaldi raccoglie questa eredità senza limitarsi a riproporla, ma scegliendo di svilupparla attraverso una sensibilità personale. Il tonno diventa il protagonista assoluto della preparazione. Viene servito a mo’ di sashimi, disposto nel piatto come un piccolo puzzle geometrico di tranci perfettamente allineati che colpisce immediatamente anche dal punto di vista estetico.

Accanto trovano spazio una maionese alla bottarga e una salsa di vitello, due elementi che mantengono vivo il legame con il piatto originario ma ne modificano completamente gli equilibri. Il risultato è una preparazione elegante, essenziale e allo stesso tempo profonda, nella quale il mare incontra la tradizione piemontese senza che nessuno dei due elementi prevalga sull’altro. La memoria del vitello tonnato rimane intatta, ma il punto di osservazione cambia completamente.

La Linguina alla milanese

Se il Tonno vitellato racconta il rapporto con il Piemonte, la Linguina alla milanese dimostra quanto Marcoaldi ami confrontarsi con la tradizione senza limitarne il potenziale. L’idea nasce da un autentico risotto alla milanese. Il riso viene cotto secondo la ricetta classica e successivamente trasformato in una crema che diventa la base della mantecatura della linguina. Durante questa fase entra in gioco anche l’ossobuco affumicato, mentre il piatto viene completato con un ragù di coniglio, il suo fondo e una polvere di cerfoglio. Più che una reinterpretazione, è una vera trasposizione gastronomica. Gli elementi simbolo del risotto alla milanese vengono trasferiti nel mondo della pasta mantenendone profondità, intensità e riconoscibilità, ma cambiandone completamente struttura e consistenza. Il risultato è uno di quei piatti che sorprendono senza avere bisogno di effetti speciali: il cliente ne comprende immediatamente il riferimento, ma al primo assaggio scopre una preparazione completamente nuova.

I Classici e la rilettura della tradizione

Accanto a Tonno vitellato e Linguina alla milanese, il percorso I Classici prosegue con il Pollo alla cacciatora, un altro esempio della volontà di Mattia Marcoaldi di lavorare su piatti profondamente radicati nella memoria italiana. Anche in questo caso il punto di partenza è un sapore riconoscibile. Non c’è la volontà di trasformare il piatto in qualcosa di irriconoscibile, ma di portarlo in una dimensione gastronomica più contemporanea attraverso tecnica, precisione e attenzione agli equilibri. È una costante della cucina dello chef: partire da un’immagine condivisa, da un ricordo che il cliente possiede già, per costruire un’esperienza nuova. La sorpresa non nasce dalla distanza dalla tradizione, ma dalla capacità di guardarla da un’angolazione diversa.

Questione di attimi: la parte più personale dello chef

Se I Classici rappresenta il dialogo con la memoria italiana, il percorso Questione di attimi mostra maggiormente la parte creativa e personale di Marcoaldi. Qui trovano spazio piatti nei quali lo chef può muoversi con maggiore libertà, lavorando sugli ingredienti e sugli accostamenti senza perdere quella chiarezza gustativa che considera fondamentale. Uno di questi è l’Insalata di riso, che parte da un piatto popolare e quotidiano per trasformarlo in una preparazione gastronomica più complessa, mantenendo però riconoscibile il suo richiamo originario.

Il Piccione, cacciucco e sedano rapa: una possibile firma

Il Piccione, cacciucco e sedano rapa è la preparazione alla quale lo chef è più legato. Non soltanto per il risultato finale, ma per il percorso che ha portato alla sua definizione. “È una creazione a cui sono particolarmente legato perché racchiude sapori che mi riportano a casa e racconta, in qualche modo, il mio percorso e la mia identità in cucina. Dietro questo piatto ci sono mesi di lavoro, prove continue e la ricerca di un equilibrio sempre più preciso” È proprio questo processo, fatto di modifiche e perfezionamenti, a raccontare il modo di intendere la cucina di Marcoaldi. Il piatto parte dal piccione, ingrediente dalla forte personalità, e costruisce intorno a esso un percorso complesso ma leggibile. Il petto di piccione viene accompagnato da una bietola ripiena di insalatina di piccione, da una salsa ispirata al cacciucco, da una crema di sedano rapa e da un tocco finale di bottarga di muggine. La componente marina della bottarga aggiunge profondità e sapidità, creando un collegamento interessante con il richiamo al cacciucco, mentre il sedano rapa porta una nota più morbida e terrosa capace di sostenere il carattere deciso della carne. Il piatto viene completato da un elemento laterale che richiama il mondo del pollo arrosto: una millefoglie di patate con limone e finocchietto accompagnata da una particolare maionese di pollo. Anche questa preparazione racconta un lavoro di ricerca. La maionese nasce da una lavorazione lunga, partendo dal pollo e dalla sua essenza, per arrivare a un’emulsione con l’olio dalla consistenza vellutata e dal gusto intenso. Un procedimento che trasforma un elemento apparentemente semplice in una salsa capace di aggiungere eleganza e profondità al piatto.

Istinto Naturale: il vegetale come linguaggio gastronomico

Completa la proposta del Cannavacciuolo Bistrot Torino il menu degustazione Istinto Naturale, un percorso dedicato alla cucina vegetale. La scelta è significativa perché racconta un cambiamento ormai evidente nell’alta ristorazione contemporanea: il vegetale non viene più considerato una semplice alternativa, ma una possibilità espressiva completa. Il menu nasce con la stessa attenzione riservata agli altri percorsi degustazione.

La Zucchina a scapece, Champagne e fabaceae, la Melanzana, pomodoro e latticello, il Bottone di finto ragù, spinaci e ricotta salata e la Patata, miso e basilico costruiscono un percorso nel quale tecnica e materia prima vegetale dialogano senza bisogno di imitare altri linguaggi. È una proposta che assume un valore particolare anche per Torino, perché testimonia una maturità crescente della ristorazione: la cucina vegetale può essere identitaria, complessa e capace di emozionare allo stesso livello degli altri percorsi.

Il vino e il lavoro di Alfredo Diafano

Un ristorante gastronomico non si racconta soltanto attraverso la cucina. La qualità dell’esperienza passa anche dalla sala e dalla capacità di costruire un dialogo tra piatti e vini. Al Cannavacciuolo Bistrot Torino questo ruolo è affidato ad Alfredo Diafano, sommelier di lunga esperienza e restaurant manager. Il suo approccio è concreto, lontano da qualsiasi forma di spettacolarizzazione. Pochi fronzoli, molta conoscenza del settore e una grande attenzione all’evoluzione del mondo del vino. Diafano è un osservatore attento delle trasformazioni che stanno attraversando il comparto: conosce le criticità del mercato, le difficoltà di alcuni territori produttivi, ma allo stesso tempo guarda con attenzione ai nuovi gusti degli ospiti e al cambiamento del rapporto tra cliente e vino. Gli abbinamenti proposti al bistrot rappresentano proprio questa filosofia: non una semplice successione di etichette, ma un percorso costruito per accompagnare la cucina di Marcoaldi e valorizzare ogni piatto. Il vino diventa così parte integrante dell’esperienza, con una ricerca di equilibrio tra competenza e capacità di ascolto.

Un nuovo capitolo, senza cancellare il passato

Il nuovo corso del Cannavacciuolo Bistrot Torino non nasce come una rottura, ma come un’evoluzione. La scelta di affidare la cucina a Mattia Marcoaldi racconta la volontà di un progetto importante di continuare a crescere attraverso una nuova generazione di cuochi, mantenendo saldi alcuni principi fondamentali: qualità della materia prima, tecnica, rispetto della tradizione e attenzione all’esperienza dell’ospite. Lo sintetizza lo stesso chef con una frase semplice, ma significativa: “L’obiettivo più importante resta uno solo: rendere felici i nostri ospiti”. In un momento in cui l’alta ristorazione rischia talvolta di concentrarsi più sul racconto che sull’esperienza, riportare al centro il piacere di stare a tavola è forse la dichiarazione più concreta.