Eventi | 20 marzo 2021

Una mobilitazione per salvare "Il Dolce Varese" di Zamberletti. Un appello per inserirlo nel patrimonio dell'umanità dei golosi

Donatella Cotta, varesina e prima firmataria dell'appello: "E' un simbolo da portare in regalo e offrire con orgoglio per rappresentare la nostra città. Il suo profumo è l'espressione più autentica del territorio"

Una mobilitazione per salvare "Il Dolce Varese" di Zamberletti. Un appello per inserirlo nel patrimonio dell'umanità dei golosi

Che fine farà la leggendaria ricetta del Dolce Varese, che Carlo Zamberletti inventò nel 1953 per lanciare il nuovo negozio di corso Matteotti? Potremo ancora gustare il dolce simbolo della città, ricco di mandorle, nocciole, zucchero, uova e tre diverse farine, con il tocco magistrale di un liquore segreto? Se lo chiede la nostra lettrice Donatella Cotta, da anni cliente di Zamberletti - «ho assaggiato tutte le paste» - che prega la signora Angela, in questo suo intervento, di non toglierci il piacere di gustare un dolce unico che, come la “Settimana enigmistica”, è stato imitato ma non superato. 

La testata online Varesenoi condivide e sostiene l’appello di Donatella Cotta, il Dolce Varese di Zamberletti non deve sparire, la ricetta segreta è patrimonio dell’umanità dei golosi e appartiene a tutta la città, o almeno a chi ancora ama la tradizione e la memoria di una Varese straordinaria che ha saputo farsi conoscere nel mondo. 

Ecco l'appello di Donatella Cotta

Sono una varesina nata negli anni del boom economico, quindi anziana, come si dice adesso, anche se non mi sento affatto così. Ho avuto una bellissima infanzia, ho frequentato le scuole e avuto la fortuna di lavorare come insegnante, sempre nella mia amatissima città. Ho fatto i primi viaggi sulla Fiat 600 che papà, con grandi sacrifici, aveva comperato, ho visto la tv in bianco e nero e usato la ruota rumorosa del telefono nero della Stipel appeso alla parete. Amo profondamente Varese.

Tra i miei ricordi più belli restano le domeniche in cui andavo alla messa di san Vittore con i miei genitori e gli zii: ero felice, perché alla fine era d’obbligo la tappa da Zamberletti, “la pasticceria dei sciuri”, per il caffè dei grandi, una pasta per me (le ho assaggiate tutte) e l’acquisto immancabile del Dolce Varese.

Era uno dei pochi dolci che compravamo, oltre al panettone d’ordinanza a Natale e alla tradizionale colomba a Pasqua, essendo la nostra una famiglia di buongustai e apprezzabili cuochi: la nonna era maestra nello sfornare lo strudel, gelosissima della sua creazione, finché, divenuta grande e volendo seguire le sue orme, non le ho chiesto di insegnarmi a farlo.

La storia del Dolce Varese però mi ha sempre affascinata, e il fatto che la sua ricetta fosse segreta me lo faceva piacere ancor di più. A nessuno di noi è venuto in mente di imitarlo perché era inimitabile, unico. Quel profumo, quella consistenza, quella friabilità mi facevano apparire la domenica come un giorno speciale.

A distanza di anni ho apprezzato anche le varianti alla ricetta classica, a cui però sono rimasta sempre particolarmente affezionata, perché aveva su di me lo stesso effetto delle madeleine su Proust: il suo profumo mi riportava a quei momenti, a quegli anni, a quei ricordi, e mi aiutava a riviverli.

Varese non ha una grande tradizione culinaria. È conosciuta come Città Giardino, ma le nostre pietanze sono davvero molto semplici. Il Dolce Varese era un po’ come il campanile di san Vittore: un simbolo da portare in regalo con orgoglio quando andavamo a trovare amici o avevamo ospiti di altre città.

È stato imitato, ce ne sono diverse versioni ma, perdonatemi, l’originale è solo quello della signora Angela.

L’ultimo anno è stato particolarmente devastante e ha avuto il potere di portaci via anche questo simbolo, oltre ai negozi che hanno accompagnato la nostra infanzia. Se ne è andata una parte di noi.

Dei negozi restano le fotografie; del Dolce Varese resterà la ricetta del signor Carlo?

Signora Angela, ci permetta di continuare a godere del piacere di assaporare la creazione di suo padre, non ci tolga la possibilità di vantarci di questa tradizione dolce, fatta di ingredienti semplici, ma espressione della “varesinità” di un tempo. Gliene saremo grati in eterno.

Donatella Cotta

Mario Chiodetti

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