Il turismo, in Italia, è da tempo una delle narrazioni più potenti e al tempo stesso più fragili. Lo conferma con chiarezza il nuovo report di Demoskopika sull’overtourism, che restituisce l’immagine di un Paese sempre più attraversato, visitato, consumato, ma non sempre compreso. Il sovraffollamento turistico non è più un’eccezione stagionale né un problema circoscritto a poche mete iconiche. È diventato una condizione strutturale che riguarda territori diversi per storia, geografia e vocazione. Province come Rimini, Venezia, Bolzano, ma anche Napoli, Roma, Milano, Firenze e molte altre, mostrano livelli di pressione tali da incidere non solo sull’esperienza del visitatore, ma sulla vita quotidiana delle comunità che quei luoghi li abitano tutto l’anno. Ma anche la Liguria è interessata da questo fenomeno.
Il dato più interessante del report non è la classifica in sé, ma il metodo con cui il fenomeno viene osservato. L’Indice Complessivo di Sovraffollamento Turistico non si limita a contare presenze e arrivi, ma incrocia densità turistica, capacità ricettiva, intensità dei flussi e impatto ambientale. È un cambio di prospettiva necessario: il turismo non è un numero, è una relazione. E come tutte le relazioni, se non governata, può diventare squilibrata.
Quando il turismo supera la capacità di carico di un territorio, perde la sua funzione originaria di scambio culturale e si trasforma in occupazione dello spazio. Le città diventano scenografie, i borghi luoghi di passaggio, la cucina un prodotto replicabile. In questo contesto, anche il cibo rischia di essere ridotto a segno decorativo, svuotato del suo legame con il territorio, la stagionalità, le persone che lo producono e lo cucinano.
Da tempo studiosi e osservatori del turismo, tra cui Roberta Garibaldi, richiamano l’attenzione sulla necessità di un approccio più consapevole, capace di restituire centralità all’esperienza, alla qualità del tempo trascorso nei luoghi, alla relazione con le comunità ospitanti. Il report di Demoskopika va nella stessa direzione: misurare per capire, capire per scegliere. È anche per questa ragione che, nel nostro lavoro di selezione e racconto delle mete gastronomiche e turistiche, scegliamo consapevolmente di dare precedenza a territori fuori dalle rotte del turismo di massa. Luoghi meno esposti, meno raccontati, spesso più fragili, ma capaci di offrire esperienze autentiche, relazioni vere e una cucina ancora profondamente legata al contesto in cui nasce. Non per contrapposizione ideologica, ma per coerenza culturale: raccontare ciò che rischia di essere travolto, non ciò che è già sotto i riflettori.
La questione non è fermare il turismo, ma ripensarlo. Distribuire i flussi, valorizzare le stagioni intermedie, raccontare territori meno esposti, investire in un turismo che sappia ascoltare prima di consumare. Un turismo che torni a essere viaggio, e non semplice accumulo di presenze. Per chi si occupa di cibo, di cultura gastronomica, di racconto dei territori, questo tema non è marginale. La cucina è uno dei primi linguaggi a subire gli effetti dell’overtourism, ma può anche diventare uno degli strumenti più efficaci per contrastarlo, se rimane fedele alla sua funzione culturale e identitaria.
Il turismo del futuro non potrà prescindere da una domanda semplice e scomoda: quanto spazio stiamo lasciando all’esperienza vera, e quanto ne stiamo sottraendo ai luoghi che diciamo di amare?
In questo scenario, il racconto gastronomico non è un esercizio estetico né un semplice strumento di promozione: è un atto di responsabilità. Raccontare il cibo significa restituire profondità ai luoghi, rimettere al centro le persone, rallentare lo sguardo. È uno dei pochi antidoti possibili all’overtourism, perché sposta l’attenzione dalla quantità all’esperienza, dal consumo alla relazione.
È in questa direzione che si muove l’impegno editoriale di Traveleat: scegliere consapevolmente territori marginali rispetto ai grandi flussi, cucine coerenti con il contesto, storie che non cercano l’effetto ma il senso. Non inseguire le mete più battute, ma dare voce a quelle che rischiano di essere cancellate dall’omologazione del turismo di massa. Raccontare meno, raccontare meglio. Perché solo un turismo che passa attraverso la conoscenza, il rispetto e il tempo può tornare a essere davvero viaggio.


Claudio Porchia



