Vini | 11 maggio 2026

Il vino che torna al mare: la traiettoria sommersa della tenuta del Paguro

Dalle colline di Riolo Terme al reef del Paguro, una maturazione subacquea che intreccia memoria romana, archeologia industriale e biologia marina a largo di Ravenna

Il vino che torna al mare: la traiettoria sommersa della tenuta del Paguro

Nata attorno a una tavola, in uno dei modi probabilmente più belli e sinceri, questa storia prende forma da un’intuizione netta e condivisa: fare del vino un tramite capace di unire le colline dell’entroterra al mare, lo spazio al tempo. Da un lato Riolo Terme, nella Valle del Senio, alle pendici dell’Appennino faentino, dentro il Parco Regionale della Vena del Gesso Romagnola; dall’altro l’Adriatico, che qui smette di essere sfondo e diventa elemento attivo del racconto. In mezzo corre una linea ideale che attraversa epoche diverse, dall’Impero di Roma alle stagioni più recenti dell’industria petrolchimica degli anni 60 del Novecento, fino a trovare nel presente una sintesi originale e precisa.

Già in età romana, i vini “salsi”, incontravano il mare attraverso pratiche che prevedevano l’uso di acqua salata, impiegata per la conservazione e per la definizione del carattere della bevanda. Da quella memoria antica prende forma un’idea contemporanea: il vino torna al mare, si affida alle sue condizioni, accetta di misurarsi con silenzio, pressione e tempo. È lungo questa traiettoria che la Tenuta del Paguro costruisce una gamma di vini che trova compimento lontano dalla terraferma, dopo essere nata sulle colline della Vena del Gesso romagnola e aver raggiunto, in mare, la propria maturità sommersa.

Al largo di Marina di Ravenna, a circa 25-30 metri di profondità, si apre il reef della Piattaforma Paguro: il relitto della struttura estrattiva ENI esplosa nel 1965, oggi riconosciuto come uno dei centri di biologia marina più importanti dell’Adriatico e sito di interesse comunitario. Quel corpo industriale, inghiottito dal mare oltre mezzo secolo fa, ha attraversato una trasformazione lenta e concreta fino a diventare un habitat vitale, abitato da una fauna inattesa e stratificata. È lì che le bottiglie restano immerse per quasi dodici mesi, protette dall’assenza di luce, dalla temperatura costante garantita dall’isobara, dalla differenza di pressione e dal moto continuo delle correnti; al rientro in superficie, conservano le incrostazioni marine e riportano con sé le tracce materiali di quel passaggio.

Il risultato, secondo la cantina, è un profilo più armonico, più rotondo, più disteso nella beva, come se il mare avesse limato la materia senza cancellarne l’identità. Anche i nomi delle etichette dialogano con la biodiversità del reef, e la fauna che abita il relitto entra nel progetto come parte di un immaginario coerente e colto, in cui ogni bottiglia trattiene un frammento di fondale e lo restituisce nel bicchiere firma del mare che lascia un segno riconoscibile all’assaggio.

Tra terra e abisso, la Tenuta del Paguro costruisce così un linguaggio enologico che tiene insieme origine, mutazione e tempo, trasformando l’affinamento subacqueo in un segno di precisione e di durata.

Ostrea Rosato Ravenna IGP 2023
Da Sangiovese in purezza, si presenta con un rosé brillante dai riflessi delicati. Al naso emergono melograno, agrumi e piccoli frutti rossi, con richiami di rosa canina e fiore di pesco, sostenuti da una lieve traccia minerale. L’ingresso in bocca è fresco e sapido, l’acidità vivace governa la struttura e accompagna un finale persistente, dinamico, di buona eleganza.

Ostrea in fondo Ravenna IGP Rosato 2023
Lo stesso vino, dopo fermentazione e sosta in acciaio, trascorre dodici mesi a trenta metri di profondità. Il colore si fa rosa ciliegia, più pieno e luminoso. Il profilo olfattivo resta ancorato alla matrice fruttata, ma si arricchisce di sfumature erbacee e di inflessioni aromatiche più raccolte. In bocca si ritrovano freschezza e sapidità, insieme a note balsamiche e a un lieve accenno di vaniglia; la struttura appare più precisa e la persistenza guadagna tensione grazie all’esperienza marina.

Il confronto tra i due campioni è netto: la versione affinata in acqua mostra una compattezza superiore, una definizione più nitida e una personalità più marcata, mentre il vino non sommerso conserva un tratto più immediato, fondato su fragranza e slancio.

<figure class="image image_resized" style="width:99.74%;"></figure>Mare Urchin
Spumante metodo classico brut nature da Chardonnay in purezza, viene affinato per 100 mesi sui lieviti, sboccato nel giugno 2021 e poi immerso a 52 metri di profondità per sei mesi. Il colore è un giallo paglierino intenso e vivo. Al naso si apre su mora e frutti di bosco, lasciando presagire una capacità evolutiva ancora ampia. In bocca l’ingresso è limpido, pulito, morbido; la bollicina è finissima, ampia nel volume, sostenuta da un’acidità vibrante. La chiusura è lunga e sapida, con una maturità già espressa ma ancora in tensione, come se il vino avesse trattenuto sott’acqua una parte della propria energia.

                                                                                                                                

  Fulvio Tonello